|
|
JEAN-MARIE PLOUX Nell’anno in cui si celebra il 25° anniversario dello storico incontro dei rappresentanti delle diverse religioni del mondo ad Assisi, appare in lingua italiana un volume prezioso che aiuta a comprendere e a vivere lo “spirito di Assisi”. O, forse meglio, aiuta a porci in ascolto rinnovato dello “Spirito di Assisi”, cioè di quello Spirito di comunione che ha condotto all’incontro di Assisi del 1986 e lo ha animato, ma che anima ogni incontro autentico e ogni dialogo riuscito: lo Spirito – come ha scritto frère Christian de Chergé nel suo testamento spirituale – “la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione […] giocando con le differenze”. [1] Riformulazione spirituale, questa, della verità antropologica e teologica fondamentale che Michel de Certeau ha espresso sinteticamente con la formula: “La non-identità è la modalità su cui si elabora la comunione”. [2] L’invito a “ritornare ad Assisi” è suggerito, non a caso, anche dal fatto che il volume non si chiude con una conclusione – “un libro sul dialogo non può avere una conclusione”, confessa l’autore (p. 279) – ma proprio con la proposta di rileggere e vivere “Il decalogo di Assisi per la pace” (pp. 279-281). Ma sebbene il dialogo interreligioso sia oggi diventato un impegno irreversibile per i cristiani, lo “spirito di Assisi” non è una bizzarria degli ultimi anni né tanto meno una strategia ecclesiale per rispondere all’ormai ineludibile sfida contemporanea della multiculturalità e della pluralità religiosa. L’autore di questo libro, Jean-Marie Ploux – presbitero e teologo, già vicario generale della Mission de France, che ha condotto studi di arabo e islamistica, opera nella formazione ed è molto impegnato nel dialogo interreligioso – va alle radici della questione, sulla base di una convinzione di fondo che l’autore dichiara nell’Introduzione:
In pagine di ampio respiro, l’autore introduce anche i non specialisti alle forme e soprattutto allo spirito del dialogo, offrendone al contempo il fondamento teologico. Il libro, scritto in uno stile semplice e profondo, è diviso in tre parti. Nella seconda parte, dal titolo suggestivo “Quando l’altro abita il mio cuore” (pp. 72-152), l’autore espone ciò che un cristiano può ricevere da coloro con cui ha la fortuna di poter dialogare. In queste pagine, frutto del cammino personale e della sensibilità propria dell’autore, si trovano stimoli profondi e preziosi per ripensare la nostra fede attraverso alcune esperienze di dialogo con quattro categorie di “ospiti interiori”: ebrei, musulmani, buddhisti e atei. Infine la terza parte del libro, “Il dialogo è a fondamento della fede” (pp. 153-278), propone una riflessione teologica sul fondamento e sulla portata del dialogo dal punto di vista della fede cristiana. Dopo aver sottolineato l’irreversibilità dell’impegno della chiesa cattolica nel dialogo – chiesa che, sul modello di Dio stesso che per primo è entrato in dialogo con l’umanità, “si fa colloquio” (Paolo VI, Ecclesiam suam), si fa dialogo –, vengono affrontati tre punti. In primo luogo, come la presenza di chiusure al dialogo nel corso degli sviluppi del mondo moderno è legata in gran parte a un’espressione teologica troppo rigida e divenuta oggi troppo stretta per assumerne l’apertura. In secondo luogo, viene formulata un’ipotesi teologica che fonda l’ingresso nel dialogo, senza tacerne i limiti: attraverso un percorso che rilegge gli scritti del Nuovo Testamento e dei padri della chiesa (Giustino, Ireneo, Tertulliano, Clemente di Alessandria), Ploux mostra qui come la relazione con l’altro è costitutiva della rivelazione cristiana e sta a fondamento dell’elaborazione teologica dei primi autori cristiani, la cui prospettiva ha composto insieme il carattere inaudito della rivelazione cristiana e la presenza del Logos e dello Spirito in tutta l’umanità. Di conseguenza – conclude Ploux – il concetto di “pienezza di rivelazione” in Cristo non può essere concepito in senso esclusivista, vale a dire che non può mai escludere il rapporto con l’altro, per il quale Dio-amore si è fatto uomo e per il quale Cristo è morto:
Al termine della lettura del volume, pertanto, la domanda scelta dall’autore come titolo – il dialogo cambia la fede? – diviene assai provocante per il modo di vivere oggi la nostra fede, invitando i cristiani ad assumere uno stile evangelico di dialogo. Ci stimola a vivere l’incontro e il dialogo con i nostri fratelli che percorrono altre vie religiose come occasione di verità e di discesa in profondità nella nostra vita di fede, nella ricerca di un’intelligenza rinnovata delle nostre ragioni di vita. L’altro credente sonda quell’aspetto della nostra fede che noi misconosciamo, fa nascere emulazione, contribuisce a far emergere delle attese, ci permette di formulare ciò che non eravamo ancora riusciti a esprimere. L’altro credente ci interroga mettendo in discussione non la nostra fede, ma l’esperienza che ne abbiamo fatto fino ad oggi, come esprime acutamente Michel de Certeau
Il dialogo diviene così un appello a spezzare le paure e le chiusure identitarie che pervertono la verità cristiana, una verità sempre aperta, dialogica, ospitale. Un invito a lasciarci interpellare, destabilizzare, arricchire dall’esistenza dell’altro, con uno sguardo fiducioso sul futuro:
Questa fiducia si accompagna peraltro a una promessa:
Divenuti capaci di dire ad altri la nostra speranza (cf. 1Pt 3,15), potremo così dire altrimenti ciò che da sempre, come cristiani, ci anima. Sì, dire Dio altrimenti non significa affatto dire un altro Dio! Notes [1] Ch. de Chergé e gli altri monaci di Tibhirine, Più forti dell’odio, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose, Magnano 2006, p. 230. I corsivi sono miei.
|
|